Ok, questo è un argomento complicato e delicato. Proviamoci.
Un ritornello che si sente spesso è che sì, la sovrappopolazione è un problema, ma non siamo noi bianchi del primo mondo a figliare tanto, quindi bisogna dirlo ai cinesi e agli indiani (attualmente insieme fanno il 37% del totale di esseri umani sul pianeta, fonte) e soprattutto agli africani, che hanno e avranno una crescita demografica esplosiva:

Cerchiamo di analizzare la situazione. Anzitutto: sì, la sovrappopolazione è un problema, anzi è il problema (ad esempio, vedi qui). Gli esseri umani sono la specie che consuma le risorse del pianeta, e più ce ne sono più il consumo di risorse aumenta – niente di più semplice.

E sì, gli abitanti del continente africano fanno più figli di noi europei (vedi le nascite per donna per nazione nel 2017, qui).
Ma è anche molto, molto facile rendersi conto che un nuovo essere umano africano o asiatico consuma, e impatta, molto meno di un nuovo essere umano europeo. L’impronta ecologica totale (un indicatore complesso utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle, e definito come l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti [wiki]) è schiacciantemente più pesante per USA, Australia, Arabia Saudita e Unione Europea di quanto lo sia per gli indiani e gli africani:

Un altro dato interessante è il bilancio ecologico nazionale per persona, definito come la biocapacità pro capite di una nazione meno la sua impronta ecologica per persona, in ettari globali (per approfondire, vedere qui):

Insomma, gli abitanti dei paesi africani e del subcontinente indiano sono tanti (e lo saranno sempre di più); ma noi europei facciamo individualmente molto più danno.
Quello che per alcuni può essere sorprendente è che è così anche rispetto ai cinesi: perché a tutto questo bisogna aggiungere che la frazione maggioritaria delle delle emissioni cinesi arriva da produzione industriale volta a soddisfare domanda europea (anzi, domanda italiana, francese e inglese) e statunitense. La Cina produce circa il 20% di emissioni per l’export in più che per il consumo locale:

Ciò che questi dati mostrano, in maniera inequivocabile, è che pochi detentori della maggior parte della ricchezza mondiale sono responsabili della maggioranza delle emissioni di gas serra:

Il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile del 49% del totale delle emissioni di anidride carbonica. Il 50% più povero (cioè metà della popolazione mondiale) è responsabile del 10% delle emissioni. (Fonte)
Tra questi pochi ricchi ci siamo anche noi italiani, che abitiamo una delle sette nazioni più industrializzate del pianeta. Chiaramente, quando la marea umana di nuovi nati africani e asiatici reclameranno il loro “diritto” a consumare come noi, il problema esploderà in modo esponenziale – ma questo è un motivo in più per invertire la rotta noi per primi, anziché continuare a aumentare consumi e rincorrere una impossibile crescita perpetua, spingendo chi è indietro a accelerare per tentare di raggiungerci o superarci.
Per concludere, questo è il grafico in cui si mostra la responsabilità cumulativa nel tempo delle emissioni di anidride carbonica: l’area relativa a Europa e U.S.A. è largamente maggioritaria fino al 2000, e resta tuttora comparabile a quella cinese.

Si deve essere chiari. Nessuno ha il diritto di considerarsi esente da responsabilità, e tutti dobbiamo fare la nostra parte, smettendo di puntare il dito contro gli altri, o di nasconderci dietro al fatto che “non possiamo ridurre la produzione perché i cinesi vogliono arricchirsi a nostre spese”. Magari teniamo anche presente che da quattro secoli noi europei non facciamo che derubare il resto del mondo arraffando tutte le risorse che ci capitano sotto mano.
Il punto è che siamo troppi sul pianeta, ma siamo troppi anche qui, dove consumiamo risorse e inquiniamo molto di più che nel resto del mondo, oppure siamo i mandanti dell’inquinamento altrove. La politica dovrebbe smettere di rincorrere il mito della crescita, quella economica ma anche quella della natalità, ma sembra eretico perfino pensarlo: fare meno figli è il male assoluto, bisogna incentivare le nascite (e i consumi), questa è la parola d’ordine di tutte le forze politiche da destra a sinistra.
Ma l’uomo ha stravolto l’ecosistema del pianeta. Non è più una specie tra le altre ma è la specie egemone; il 36% di tutti mammiferi sul pianeta sono esseri umani, il 60% è bestiame fatto nascere, allevato e ammazzato a ciclo continuo per consumo umano (con tutto il conseguente impatto ambientale e climatico, vedi qui), e solo il 4% è fauna selvatica (fonte). Siamo di gran lunga, insieme ai ratti e alle formiche, gli animali più diffusi, pervasivi e invasivi delle terre emerse [fonte].

Abbiamo colonizzato il pianeta pervasivamente, e contestualmente lo abbiamo reso un inferno per gli altri esseri che lo abita(va)no.
Ridurre la natalità è prioritario se si vuole diminuire il consumo di risorse. Si può obiettare che noi europei (e statunitensi), che già figliamo poco, dovremmo invece concentrarci sul cambiare i sistemi economici e politici: giusto, ma ci stiamo (beh, una piccola frazione di noi ci sta) provando da almeno 150 anni, e le rivoluzioni finora non hanno funzionato come avremmo voluto. E comunque, possiamo aspettarci una rivoluzione quando noi per primi non siamo disposti a cambiare individualmente in prima istanza?
Per soddisfare il nostro desiderio innato di avere prole da crescere, possiamo adottare, prendere in affido, dedicarci a aiutare chi ha bisogno e non ha genitori (lo so che è burocraticamente complesso, but still). È difficile, perché siamo biologicamente disegnati per procreare; ma abbiamo un cervello raziocinante, e dobbiamo usarlo anche per contrastare i nostri istinti.
Qui oltre alla Carbon Tax, ci vorrebbe pure una Footprint Tax, molto meglio e piu’ efficacie di dazi protezionistici, e che aiuterebbe anche a riportare in patria produzioni estere
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